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Chiesa di Santa Maria Assunta di Malamocco:
una perla nello scrigno della Serenissima

 

- la Tua chiesa, conoscerla per amarla -

 

La storia della chiesa è intimamente legata a quella del Borgo e questa,  naturalmente, a quella di Venezia.
Sintetizziamo il contesto storico in cui è inserita l’evoluzione della chiesa.
Ci sono stati periodi ingrati, ma anche periodi che hanno avuto una notevole importanza relativamente alla vita in quei tempi nella laguna veneta.
Già Strabone, storico romano (61 a.c.-20 d.c.) parla di un grande porto che prendeva nome dal fiume Medoacus o Mathamaucus (Brenta) e che passava per Padova: lo definisce gran porto di Padova, che era la più importante città della regione.
 
Ma chi lo abitava?
 
A partire dal 430, abitanti delle terre patavine, sui Colli Euganei, furono investiti da successive invasioni barbariche: Goti, Visigoti, Ostrogoti e infine gli Unni di Attila.
Più a nord, famiglie friulane, bellunesi, feltrine e delle zone limitrofe, cresciute in città e in ambienti già formati dalla civiltà romana, fuggono sulle rive dell’Adriatico, portando con sé le cose di maggior valore. Tra l’altro portarono con sé ciò che meglio esprimeva il patrimonio culturale e spirituale delle loro etnie: “ le sacre reliquie”.
In seguito, nel panico causato dalle continue scorribande dei barbari, cercarono definitivo e sicuro rifugio all’interno stesso della laguna.
Primi i friulani, seguiti dai trevigiani e dagli aquileensi.
I fuggiaschi veneti avevano dato vita a varie città che, culturalmente e architettonicamente, precedettero il nucleo storico di Venezia: Altino, Torcello e quindi Malamocco.
 
Queste migrazioni successive avvennero tra il 375 e il 562, con cadenze periodiche continue.
Morto Attila nel 453, le tribolazioni non ebbero fine e continuarono infatti con i Longobardi.
Investirono Cividale, Aquileia, Concordia, Oderzo, Altino, Padova, Adria, Este, Marostica.
Per un certo periodo il Vescovo di Padova trovò rifugio a Malamocco.
Già nel 540 Malamocco fu creata sede vescovile e successivamente, nel 743, Teodato Ipato vi trasferì la sede ducale da Eraclea e tale rimase fino al 813 quando il doge Agnello Partecipazio la trasferì a Rivoalto, luogo più riparato da eventuali attacchi dal mare.
Nell’806 un “novello Attila”, Pipino figlio di Carlo Magno, da terra e da mare distrusse buona parte degli insediamenti a Nord e a Sud della laguna.
Qui si inserisce la leggenda della vecchietta di Malamocco.
 
All’approssimarsi dell’esercito di Carlo Magno il doge ritirò l’armata a Rivolato lasciando terra deserta.
A Malamocco i Franchi trovarono solo una vecchietta che si disse disponibile a dar loro, dietro piccolo compenso, i consigli giusti per poter scovare l’armata veneziana.
Avuto il premio, la vecchietta inviò i Franchi a Poveglia presso i suoi parenti. Questi convinsero i Franchi a costruire delle zattere e tutta l’armata si avviò lungo il canale verso l’interno.
Vuoi per l’inesperienza di questa “flotta” a muoversi nelle insidiose acque della laguna, vuoi per un terribile fortunale, i Franchi subirono una sconfitta terribile e da quel giorno il canale fu chiamato “ orfano”.
 
Fin qui la leggenda, ma forse fu vera storia poiché da quell’anno 806, per riconoscenza a Malamocco, venne sancito un privilegio per i suoi abitanti e cioè gli uomini non erano più assoggettati alla leva militare. Di tale privilegio si ha notizia fino al 1588.
Dai primi anni dell’800 vengono creati numerosi conventi:
 
-    Convento di San Cipriano che in seguito adotterà la regola benedettina e infine verrà trasferito a Murano;
-    Convento dei Santi Basso e Leone in seguito trasferito a S. Servolo;
-    Monastero dell’Orazione, il più recente (1500), confinante con la chiesa e abolito dalle leggi napoleoniche (1807 - 1810).
Stando ai documenti della Diocesi di Chioggia, i rapporti tra Badesse del monastero e Pievani di Malamocco  furono sempre tesi durante gli oltre trecento anni di storia del monastero.
Ciononostante, questo legame tra monastero e chiesa fu importante in quanto, prima dell’unione avvenuta nel 1500 con il convento delle suore Agostiniane, la chiesa parrocchiale si chiamava “S. Maria et S. Martiri Felice e Fortunato”, poi venne chiamata “Santa Maria dell’Orazione”, quindi con la soppressione del monastero prese l’odierna denominazione di “ Santa Maria dell’Assunta”.
 
   Si arriva alla fatidica data del 1100 che sancisce la divisione tra Malamocco vecchia e Malamocco nuova: il maremoto.
Studi recenti avvalorerebbero la tesi che sia stato si un disastroso evento, un terribile assalto del mare, uno sconvolgimento naturale, che però, nello stesso periodo ha visto anche la sparizione di altre isole della laguna: S. Marco in Boccalama, Ammiana, S. Giorgio in Alega, Costanziaca.
Tale evento (circa 1100) si sommò alla trasgressione marina causata da sprofondamento del terreno alluvionale delle sabbie di natura vulcanica (portate dal Brenta e dall’Adige), poco compatte, che avevano nei secoli, sedimentando, accresciuto gli isolotti di Malamocco e della laguna sud.
Nel 1110 inizia la ricostruzione della chiesa, non però nella forma attuale.
Nel 1379 un altro straordinario evento colpisce il borgo; nel corso della 4° guerra tra Venezia e Genova, una flotta genovese forza l’ingresso nella laguna e occupa Malamocco. Impossibilitati ad avanzare verso l’interno, si ritirano dopo aver incendiato completamente il borgo. Si salva in buona parte solo la struttura della chiesa. Finalmente, nel 1400 inizia la ricostruzione della chiesa sull’impianto attuale, a navata con soffitto a vela.
Il periodo aureo della Serenissima (1600-1700) fa sentire i benefici influssi anche su Malamocco.
Il borgo, unitamente a Poveglia, conta circa 2100 abitanti: ortolani, vignaioli, qualche pescatore, marinari, barcaroli, bottegai, ma soprattutto “remurchianti”, lavoro legato al punto di Dogana, tra Malamocco e Poveglia.
Questo della dogana fu, in effetti, una ricchezza straordinaria dovuta all’interramento del canale di S. Nicolò, per cui per Malamocco passava l’unico sbocco della laguna.
In questo periodo aumentano i servizi e il decoro delle case. Inizia quindi una notevole modifica del territorio che porrà fine alla insularità e all’isolamento rispetto al Lido.
A Venezia iniziarono gli scavi sistematici dei rii ed i materiali di risulta,  trasportati a Malamocco, contribuirono nel tempo a dare al borgo la sua forma attuale.
Tra il 1806 e il 1833, per brevi  periodi non continuativi, fu anche Comune autonomo fino a venire aggregato definitivamente a Venezia.
 
   La sede Vescovile rimase in loco fino alla nomina del Vescovo Stefano Badoer, quindi trasferita a Chioggia circa nell’anno 1120.
Il piccolo borgo rimase aggregato alla diocesi clodiense fino al 1919, quando la Sede Apostolica acconsentì ad unire la parrocchia di S. Maria Assunta al Patriarcato di Venezia.
A ricordo dell’originale matrice, il capitolo della cattedrale di Chioggia accordò, in perpetuo, la dignità arcidiaconale all’arciprete di Malamocco.
Tra il 1500 e 1700  la popolazione del borgo rimase praticamente costante, circa 1500 anime. Per l’assistenza spirituale, non solo degli abitanti del borgo ma anche di tutto il territorio dell’isola, da S. Nicolò alla Punta (Alberoni), provvedevano un Pievano, quattro cappellani, più due altri sacerdoti anche per le incombenze della chiesetta della Beata Vergine della Marina (demolita nel 1815 per far posto al Forte di Malamocco), un cappellano “del suffragio”, due suddiaconi e quattro chierici e inoltre due organisti e un campanaro.
All’interno della comunità parrocchiale esistevano cinque Confraternite e ognuna custodiva e provvedeva al proprio altare:
S.S. Martiri, Madonna del Rosario, Santissimo Sacramento, Pro Agonizzanti e S. Rocco. Quella dei S.S. Martiri era la più prestigiosa.
 
Come prima ricordato, negli anni 1107-1110 fu eretta la nuova chiesa parrocchiale; di quell’edificio però non si è conservato quasi nulla per effetto delle numerose modifiche effettuate durante i numerosi restauri e rifacimenti succedutisi nel corso dei secoli. Alla fine del XV sec. la chiesa assunse un aspetto gotico: a quell’epoca risale il portale della facciata principale (1) (probabilmente l’architrave fu poi sostituito con quello dell’adiacente Monastero dell’Orazione chiuso durante la soppressione napoleonica  nel 1807) e quello della facciata laterale (2) (una scritta su di esso informa che la chiesa fu consacrata il 13 Giugno); forse furono aperte due finestre in facciata (se ne vedono i contorni) e i due rosoni (in facciata e sul retro).
Nel XVII sec. furono aperte le quattro finestre a mezzaluna sul lato destro e forse fu eretto il campanile. Nel 1862 fu costruita la nuova sacrestia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ENTRIAMO IN CHIESA:
 
 
La volta, che originariamente era a carena di nave, oggi è coperta da un ornamento ligneo seicentesco.
Sopra l’ingresso principale è sistemato l’organo e la cantoria (3), provenienti dal Monastero adiacente, da cui furono portati il 30 dicembre 1807. L’organo è un Nacchini.
Sul primo altare a sinistra (4) (proveniente dal Monastero come pure quello che gli sta di fronte) c’è il CROCIFISSO DI POVEGLIA. E’ una notevole scultura di gesso risalente ai primi del 1300 attribuita ad artisti di scuola dalmata. La scultura risente di influssi dell’iconografia tedesca: le braccia levate in alto e la croce simile a un albero a forma di Y saranno riprese poi nel Giansenismo.
Completano l’iconografia d’insieme due splendidi gruppi marmorei provenienti anch’essi, come il Crocifisso, dalla chiesa di S. Vitale a Poveglia (soppressione napoleonica 1809).
A destra (5) sta l’altare della Madonna di Marina. Originariamente vi era posta l’omonima statua, ricavata da un tronco e scolpita in vari tempi: anteriore al rinvenimento in mare (avvenuto probabilmente ai primi del 1500) è solo il volto della Vergine; circa un secolo dopo le fu posto in braccio il bambino; ancora più tardo è il resto della scultura. Dopo il recente restauro (2013) la statua di Madonna di Marina è stata posta sull’altare della Madonna del Rosario.
Durante la celebrazione della festa della Madonna di Marina (seconda domenica di luglio) la statua viene ricoperta da una veste di seta.
Sulla parete destra sono posizionate tre tele: ”S. Antonio che libera un ossesso”,  “ S. Rocco e il Padre Eterno”, entrambi di pittori tenebrosi del XVII sec. ; il terzo “ Assunta” di Giulia Lama, allieva del Piazzetta – XVIII sec. (1635).
Sull’altare dei morti (6) una tela di Francesco Pittoni, appartenete al suo momento tenebroso (1707).
Sulla parete sinistra dopo il Battistero del 1600 c’è l’altare dedicato ai Martiri protettori di  Malamocco (7) (S. Felice, S. Fortunato, S, Giacomo “interciso”)  (***)  su cui è posta una tela scadente, opera di un pittore “madonnero” cretese-veneziano della fine del XVI sec. Ai lati dell’altare due tele di autori tenebrosi.
 
Sopra la porta del campanile, la “Lavanda dei piedi” tela anonima di cui non esistono notizie storiche. Sul muro in corrispondenza della tela, nel XVII sec. venne aperta una grata che permetteva alle monache di assistere alle sacre liturgie.
Nel presbiterio (8) un coro ligneo, 5 stalli in parte decorati con fogliami e angeli recanti gli strumenti della passione di Cristo, opera del 1600.
Sull’altar maggiore una pala con l’Assunzione della Vergine, opera probabilmente di un pittore neo-tizianesco o della cerchia di Palma il Giovane, comunque in ambiente tardo-manierista.
Sulla parete destra del Presbiterio una “Ultima Cena” di scuola tardo-veronesiana (fine XVI inizio XVII sec.), attribuita a Giovanni Laudis per le somiglianze con l’Ultima Cena dello stesso attualmente conservata presso il Seminario di Venezia.
Sulla parete sinistra “Il salvataggio miracoloso” di Gerolamo Forabosco, della seconda metà del XVII sec. celebra la grande abilità ritrattistica dell’autore. L’opera rappresenta una delle più belle scene di costume seicentesco nell’arte veneziana, in particolare per la finezza gli abiti e  delle calzature. Infine un altro importante particolare: è forse l’unica tela in Venezia in cui viene raffigurata la gondola nelle sua forma originaria.
L’opera più pregevole è attualmente in sacrestia, in attesa di venir posizionata in luogo più visibile, vale a dire in chiesa. Si tratta del “Paliotto“ con Cristo benedicente e il transito di Maria tra 12 santi: opera probabilmente dei primi anni del 1400 dovuta alla cerchia di Paolo delle Masegne, è un capolavoro dell’arte veneta del XV sec. L’opera brilla per la finezza di lavorazione e la vitalità delle figure.
Paralleli di quest’opera, a Venezia, si trovano solo nelle statue della Madonna dell’Orto, suggestivo corpus della scultura veneziana del 1400.
 
La chiesa di Santa Maria Assunta è una pagina di storia dell’arte, ricca di opere, per lo più minori ma pur sempre interessanti.
Continua nei secoli a essere luogo di incontro di una Comunità cristiana che vi si riunisce per pregare e con la liturgia canta la Gloria di Dio e la speranza dell’uomo.
 
 
 
 
(***)
SANTI FELICE E FORTUNATO:  Ai due santi era già dedicata la basilica aquileese sorta fra il IV e V sec.
Fratelli vicentini subirono il martirio forse nel 303 durante la persecuzione di Diocleziano.
Il dissidio immediatamente sorto tra Vicenza e Aquileia  per l’attribuzione delle reliquie, portò verso la fine del quarto secolo alla divisione dei corpi. Vicenza ebbe quella attribuita a S. Felice  e ad Aquileia rimase quella di S. Fortunato.
Da Aquileia venne traslata prima a Grado e poi  in epoca longobarda a Malamocco, infine nel 1100 a Chioggia  insieme alla sede vescovile. Il 27 settembre si ricorda la Traslazione delle Reliquie del Santi Martiri Felice e Fortunato mentre nell’antica Malamocco i due Santi si festeggiavano solennemente l’11 giugno (ricchezza della produzione degli orti, nella devozione popolare detti “Santi cucumeri”).
 
SAN GIACOMO L’INTERCISO (IL SOLITARIO): Originario della regione dell’Huzistan in Persia occupava un posto ragguardevole alla corte del re. Siamo ai tempi dell’imperatore d’Oriente Teodosio il Giovane  (nel 420 circa).
Sorpreso a leggere le Sacre Scritture venne denunciato e confessò la propria fede. Il re lo condannò al terribile supplizio che gli meritò il nome di interciso, cioè a quello dell’amputazione successiva e graduale degli arti e poi della decapitazione.
Alcuni cristiani riuscirono a recuperare i resti e li trasportarono a Gerusalemme e furono posti nel monastero degli Ibèri, fondato da Pietro l’Ibèrico, monofisita.
Quando questi, in seguito al Concilio di Calcedonia del 451, fu espulso da Gerusalemme, portò con sé in Egitto le reliquie di S. Giacomo. Il passaggio a Malamocco non è documentato.
L’immagine del martirio del Santo è rappresentata nella lunetta sul soffitto a sinistra nel presbiterio.
Viene commemorato il 27 novembre.
 
Si Ringrazia Giorgio Vallotto
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 

 

 

 

 

 

 

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